Photo by Walter Ferro
"COSI COME RITRATTI" ì
“Non dipingo un ritratto che
assomiglia al modello, piuttosto è il modello che dovrebbe assomigliare al
ritratto”.
(Salvador Dalí)
(Salvador Dalí)
Partiamo da ciò che sembrano,
queste foto: ritratti.
Nonostante l’innata attitudine di Walter Ferro nel sovvertire i canoni estetici, nel deturpare le sue fotografie con apparente abuso di contrasti, di mossi, di sgranati, di sfocati, di distorsioni, di strappi e di collages, la prima impressione che si coglie non si discosta molto da quella di un bizzarro ancorché piacevole lavoro sul ritratto.
Ma qualcosa non torna.
Complice la scelta del formato quadrato, lo sguardo è indotto a un moto vorticoso entro ogni singola immagine, alla ricerca di qualcosa. Che, in un ritratto, è solito essere quel qualcosa che penetra nella profondità dell’animo del soggetto stabilendo una connessione immediata con chi guarda, rivelandosi.
Non qui.
E’ come se l’autore ci dicesse: “ci sono io dietro a quei volti, ma non in ciò che si palesa”. Una sorta di comunicazione steganografica, dove non è solo la codifica ad essere occultata, ma il codice stesso da decifrare.
La serie si sviluppa in un susseguirsi di figure nei cui lineamenti è impressa una moltitudine di fasi dell’esistenza umana, di stati d’animo e di personalità, l’uno e l’opposto. L’austero, il grottesco, il dolore, la spensieratezza, l’ammiccamento, l’apatia, la complicità, l’indifferenza, l’ilarità, la contemplazione, la speranza, la rassegnazione, la giovinezza e il declino.
In ogni immagine uno strappo e una ricomposizione, due azioni opposte ma conseguenti: non c’è ricostruzione senza frattura.
In questa carrellata di volti che sembra riprendere una Teoria delle Maschere di sapore pirandelliano - tanto è effimera e di circostanza l’immagine che ricopre l’inconscio – Walter Ferro ci esterna la sua avversione ai cliché estetici e agli stereotipi visivi, e al dover forzatamente comunicare un messaggio univoco. Ci mette in guardia dalle apparenze, ma al tempo stesso ci insinua il dubbio che anche le più intime verità non siano altro che punti di vista soggettivi. Ambiguità e autoriflessività, per usare i termini indicati da Umberto Eco (Trattato di Semiotica Generale, 1975) per definire le due principali caratteristiche del linguaggio estetico contemporaneo: violazione delle regole del codice che “.. anziché produrre puro disordine, essa attira l’attenzione del destinatario e lo pone in situazione di orgasmo Interpretativo..”.
Walter Ferro gioca sul concetto stesso di arte contemporanea, non più iconoclasta in quanto non si limita a distruggere immagini come avveniva con l’astrattismo, ma anzi ne fabbrica una profusione in cui - apparentemente - non c'è nulla da vedere se non quanto viene mostrato.
Nonostante l’innata attitudine di Walter Ferro nel sovvertire i canoni estetici, nel deturpare le sue fotografie con apparente abuso di contrasti, di mossi, di sgranati, di sfocati, di distorsioni, di strappi e di collages, la prima impressione che si coglie non si discosta molto da quella di un bizzarro ancorché piacevole lavoro sul ritratto.
Ma qualcosa non torna.
Complice la scelta del formato quadrato, lo sguardo è indotto a un moto vorticoso entro ogni singola immagine, alla ricerca di qualcosa. Che, in un ritratto, è solito essere quel qualcosa che penetra nella profondità dell’animo del soggetto stabilendo una connessione immediata con chi guarda, rivelandosi.
Non qui.
E’ come se l’autore ci dicesse: “ci sono io dietro a quei volti, ma non in ciò che si palesa”. Una sorta di comunicazione steganografica, dove non è solo la codifica ad essere occultata, ma il codice stesso da decifrare.
La serie si sviluppa in un susseguirsi di figure nei cui lineamenti è impressa una moltitudine di fasi dell’esistenza umana, di stati d’animo e di personalità, l’uno e l’opposto. L’austero, il grottesco, il dolore, la spensieratezza, l’ammiccamento, l’apatia, la complicità, l’indifferenza, l’ilarità, la contemplazione, la speranza, la rassegnazione, la giovinezza e il declino.
In ogni immagine uno strappo e una ricomposizione, due azioni opposte ma conseguenti: non c’è ricostruzione senza frattura.
In questa carrellata di volti che sembra riprendere una Teoria delle Maschere di sapore pirandelliano - tanto è effimera e di circostanza l’immagine che ricopre l’inconscio – Walter Ferro ci esterna la sua avversione ai cliché estetici e agli stereotipi visivi, e al dover forzatamente comunicare un messaggio univoco. Ci mette in guardia dalle apparenze, ma al tempo stesso ci insinua il dubbio che anche le più intime verità non siano altro che punti di vista soggettivi. Ambiguità e autoriflessività, per usare i termini indicati da Umberto Eco (Trattato di Semiotica Generale, 1975) per definire le due principali caratteristiche del linguaggio estetico contemporaneo: violazione delle regole del codice che “.. anziché produrre puro disordine, essa attira l’attenzione del destinatario e lo pone in situazione di orgasmo Interpretativo..”.
Walter Ferro gioca sul concetto stesso di arte contemporanea, non più iconoclasta in quanto non si limita a distruggere immagini come avveniva con l’astrattismo, ma anzi ne fabbrica una profusione in cui - apparentemente - non c'è nulla da vedere se non quanto viene mostrato.
Massimo Renzi
















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